ELASTOGRAFIA FEGATO

La ricerca medica è impegnata a scoprire tempestivamente le persone affette da epatite cronica a rischio di un'evoluzione verso la cirrosi epatica. I mezzi diagnostici convenzionali non sono sufficientemente attendibili a questo scopo. Infatti, né gli esami di laboratorio (biochimici e virologici) né l'ecografia epatica o altre metodiche di imaging quali TC e RM sono in grado di fornire indicazioni prognostiche certe.

A tutt'oggi, il metodo diagnostico gold standard è ancora considerata la biopsia epatica, in grado di valutare le reali condizioni del fegato nei soggetti con epatite cronica, identificando l’entità del processo infiammatorio e il grado di fibrosi, definendo di conseguenza il rischio di una sua evoluzione verso la cirrosi e permettendo di adottare tempestivamente i trattamenti più idonei, quali ad esempio la terapia antivirale.

Ma la biopsia epatica ha molti limiti evidenti. Innanzitutto è invasiva e comporta alcuni rischi e disagi per il paziente. Non è così facile ottenere un risultato certo in rapporto alle ridotte dimensioni del campione e al disuniforme interessamento del fegato da parte della malattia. Inoltre se l'esito è ambiguo la biopsia non è ripetibile a breve distanza di tempo.

Per questo negli ultimi anni, sono stati intensificati gli sforzi per individuare metodiche diagnostiche non invasive e frequentemente ripetibili che potessero determinare nel singolo paziente il grado di fibrosi e la sua evoluzione nel tempo.

 

Le strade perseguite sono essenzialmente due:

  • L'uso di marker biochimici, espressione di danno epatico e facilmente ottenibili in qualunque laboratorio di analisi, per ricavare la misura del grado di fibrosi in atto. Secondo alcuni studi sarebbe possibile stabilire l'esatta gravità della fibrosi (evitando quindi la biopsia epatica) in circa il 70% dei pazienti ricorrendo a comuni esami di laboratorio.
  • Nuove indagini strumentali non invasive, di facile applicabilità e riproducibilità, studiate per valutare selettivamente il grado di fibrosi epatica.

 

La metodica accreditata dei migliori risultati è l’elastografia in grado di valutare la perdita di elasticità del fegato, basandosi sul presupposto che lo sviluppo della fibrosi altera l'elasticità complessiva dell'organo. In particolare l’elastografia non solo è in grado di misurare accuratamente la rigidità o “stiffness” tessutale su un’area di maggiori dimensioni rispetto alla biopsia, ma ha anche i vantaggi della semplicità di esecuzione, della facile ripetibilità, dei costi limitati dell'esame, della non invasività e di essere operatore-indipendente.

 

I valori di “stiffness”, espressi in kiloPascal (kPa), definiscono il grado di fibrosi correlandolo a score istologici di riferimento.
In ambito epatico esistono diverse soluzioni tecnologiche per generare le shear wave e misurarne la velocità derivando lo “stiffness”. Le due soluzioni più affidabili sono l’Elastometria transiente (TE), nota con il nome commerciale di FibroScan, e l’Elastografia shear wave (SWE).

 

Il Fibroscan utilizza un’apparecchiatura dedicata in grado di misurare lo stiffness, senza tuttavia associare immagini ecografiche di riferimento per localizzare al meglio l’area da esaminare; raggiunge inoltre una profondità limitata ed esamina con difficoltà i pazienti obesi.


L’Elastografia shear wave (p-SWE o 2D-SWE), di recente introduzione, è integrata in apparecchiature ecografiche in grado di esaminare tutti i tipi di organi e utilizza sonde convenzionali per ecografia addominale. L’analisi della rigidità del fegato può pertanto essere eseguita nel corso di un esame ecografico di routine. L’Elastografia shear wave ha pertanto il vantaggio di visualizzare contemporaneamente l’immagine anatomica ecografica del fegato per la corretta selezione della zona da valutare.
Entrambe le metodiche, grazie alla stretta correlazione con il quadro istologico di epatopatia, possono limitare o evitare le biopsie epatiche in un significativo numero di casi